quellocheavanza

esercitazioni alla frugalità

Categoria: Prosa

Wallace & Wallace (About The Bad Thing Itself)

Non idee sulla cosa, ma la cosa in sé

Al primo declinare dell’inverno, era già marzo,
dall’esterno un grido scarno, ed a lui parve
un suono come dentro la sua mente.

Lo aveva udito, di questo ne era certo
– uno strepito d’uccello, allo splendere del giorno
o prima, mentre marzo maturava il vento.

Il sole si levava ai sei rintocchi,
non più un pennacchio stanco sulla neve…
Sarebbe uscito sugli spazi aperti.

Non giungeva dal vasto ventriloquio
di sbiadita e sonnolenta cartapesta…
Era da altrove che giungeva il sole.

Era – quel gridare scheletrito –
pari un corista il cui do preceda il coro.
Era parte dell’astro colossale,

attorniato dagli anelli di corali
schiere, molto lontano ancora. Una
conoscenza tutta nuova del reale.

(Not Ideas About the Thing But the Thing Itself, Wallace Stevens, trad. ex novo)

“C’era anche il fatto che all’epoca non sopportavo il silenzio, non lo sopportavo davvero. Questo perché quando non c’erano rumori esterni i peletti dei miei timpani o che so io producevano un rumore tutto loro, per tenersi in allenamento o cose simili. Era come un ronzio forte, scintillante, metallico, sfavillante che chissà perché mi metteva davvero una fifa blu e mi faceva quasi impazzire quando lo sentivo, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate ti fa quasi impazzire quando la senti. Avevo cominciato a cercare il rumore piú o meno come una falena cerca la luce.
[…]
Su Trillafon non ho il solito problema della testa che trasforma il silenzio in uno sfavillante scintillio, perché l’antidepressivo triciclico – «Tofranil» – fa come un rumore elettrico tutto suo che soffoca completamente lo scintillio. Il nuovo rumore non è che sia piacevolissimo, ma è meglio dei rumori vecchi, che davvero non sopportavo. Il nuovo rumore sul mio pianeta è una specie di trillo elettrico ad alta tensione. Ecco perché da quasi un anno sbaglio puntualmente il nome del mio antidepressivo se non guardo bene la boccetta: l’ho chiamato «Trillafon» anziché «Trofanil», perché «Trillafon» è più trillante e elettrico, e somiglia più a com’è abitarci. Ma l’elettricità del pianeta Trillafon non è solo un rumore. Immagino che ad avere lo scilinguagnolo di May direi che «il pianeta Trillafon è caratterizzato semplicemente da uno stile di vita più elettrico». Il che è vero, più o meno. Certe volte sul pianeta Trillafon ti si rizzano i peli sulle braccia, senti un gelo correre lungo i grossi muscoli delle gambe e i denti vibrare quando chiudi la bocca, come se fossi sotto un cavo dell’alta tensione, o vicino a un trasformatore. Certe volte scoppietti senza motivo e vedi le cose blu. E perfino il suono della tua voce cerebrale quando pensi pensieri fra te e te sul pianeta Trillafon è diverso da com’era sulla Terra; ora sembra venire come da un altoparlante collegato a te solo da chilometri e chilometri di filo, come se fossi tornato ad ascoltare il vecchio programma radiofonico «Golden Days of Radio».”

(Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, David Foster Wallace, da Questa è l’acqua, Einaudi 2009)

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#30 – Two

#22 – Fermata

Ero nervosa, di fretta, non mi sentivo pronta nelle reazioni. Avrei gradito, insomma, che non mi si rivolgessero parole, domande, preghiere. L’avevo visto, arrivando con il respiro convulso dopo l’attraversamento al semaforo, cincischiare intorno a un baricentro poco preciso.

Mi fermo dove sono, all’estremo opposto della banchina. Lontana, di una distanza che vorrei siderale e che invece è misera.

Poi sento quest’uomo col passo irregolare – direi un passo in 5/4, alla Dave Brubeck, che a dondolare la testa ti mancava sempre un colpo a finire la serie, o ce n’era uno d’avanzo – ebbene sento quest’uomo che si avvicina col suo walzer disgraziato, ed ha una sua celerità. La banchina è molto più corta di quanto mi sia sembrato nell’ultimo anno.

Decido di rimanere ferma e al contempo assecondare rilassata il vento, per muovermi poi nel preciso attimo in cui sentirò il tizio alle mie spalle; facendo perno sul piede destro compiere la rotazione di una porta a bussola, in modo da cedere con civiltà lo spazio di camminamento all’uomo ed abbreviare sensibilmente il tempo in cui ci troveremo entrambi dentro lo stesso metro quadro di asfalto. È tutta colpa del cinema, se un tipo male in arnese con l’andatura sghemba e che si avvicina con la fretta spezzettata degli storpi ci fa venire i sudori freddi.

Mentre ruoto a compasso sulla mia gamba lo guardo istintivamente in volto. E non so come sia possibile, ma sul mio viso non credo si esprima alcuna reazione – mentre quello che provo è sgomento puro. Il cuore mi salta in braccio all’ugola e, se l’istinto fosse stato quello di urlare, la mia salvifica pompa avrebbe rischiato di soffocarmi. Tutto quel che il mio esile scheletro sostiene sembra tenda a liquefarsi in un istante, reclamando il suo diritto di cedere alla gravità, come una colonna d’acqua teletrasportata sulla Terra da un qualche pianeta sul quale Newton ha un Frutta&Verdura. Non ho idea di quale coscienza mi consenta di riafferrare i legamenti dell’unico ginocchio che ancora, in quel momento, mi sostiene mentre ha già ceduto – lo sento, ho già la rotula a un palmo da terra – ma solo in una realtà parallela leggerissimamente in differita su cui ho potere.

Ciò che mi ha letteralmente scioccato non è stato il terrore di trovarmi in pericolo. È stato invece un senso di pena indicibile, una condivisione di dolore nel reggere la quale i miei sensi hanno vacillato per un terreo, larghissimo minuto secondo.
A mezzo metro da me c’è un viso maturo e non anziano, accampato definitivamente in una disfatta, gli occhi sgranati ma in maniera non gemella, spalancati eppure spenti. Il labbro inferiore appena pendulo, e insanguinato. Sangue vivo.

L’istinto a bagnomaria in quel novanta e passa per cento di dna che condividiamo con gli scimpanzé mi fa fiutare rapidamente l’aria. Un automatismo di sopravvivenza, credo, retaggio di autoconservazione. Non ha odore d’alcool. Non ha odore di trascuratezza.

Non credevo affatto fosse lì per prendere un autobus. Forse scioccamente ho creduto che un uomo in quelle condizioni non viaggi su mezzi di linea, insieme alla gente dalla vita ordinata. Forse ho pensato che nell’esistenza non avesse un luogo da raggiungere in un dato momento. Che questo tipo di esistenze si muovano esclusivamente a piedi. Sale.

A bordo dell’autobus è l’evidenza fatta e finita di una frattura multipla imminente. Ondeggia come il passeggero di una nave in tempesta. Non timbra, e prendo atto che questa è l’ultima cosa di cui preoccuparsi. Avvicinatosi al sedile che ha scelto, si infila oltre la sbarra e si siede, composto, con una coordinazione sulla quale mai avrei scommesso un caffè. Il resto del tempo lo passa a compiere un solo, ripetuto movimento: tende la mano destra verso la sbarra del sostegno saldata al sedile di fronte senza riuscire a prenderla. Tenta, insiste, senza rabbia e pervicacemente; è come se la sbarra fosse dieci centimetri a tribordo in quello spazio, ma egli rimanesse dell’idea che spetti alla sbarra doversi avvicinare. Sbatto un paio di volte le palpebre – e metto a fuoco il qui e ora – non appena mi rendo conto che sto inconsciamente compiendo lo stesso movimento, mancando reiteratamente e con tenacia la presa sulla mia gamba, raccolta presso il busto come l’altra, con la mano sinistra. Mi guardo intorno con discrezione, poggio con una parvenza di naturalezza la mano sul collant verde. Continuo a spiare di sottecchi l’uomo e il suo labbro, dal mio posto qualche sedile più indietro, nella fila di destra.

Come se fossi nella carlinga di un aereo, anziché in un pullman liso dentro e fuori, la cognizione del luogo in cui sto andando – e dei motivi per cui ci sto andando – cade dall’alto come le maschere dell’ossigeno; mi salva il pensiero che ho una vita comune. La certezza che qualcuno, finchè dura, mi terrà alla larga dalla distruzione, dall’avere un labbro insanguinato e andare in giro come nulla fosse.

 

Eugenio…

Ho promesso un tentativo di spiegazione riguardo al mio amore per Montale e la sua scrittura. Non è molto di più che un tentativo incerto sugli esiti già in partenza.

Amo Montale perché è commovente, ai miei occhi, l’uso che fa delle parole: non eccede, non straborda; descrive con una parsimonia eccelsa e apparentemente distaccata quel che accade fuori e dentro di sé con una prossimità fluida, priva di traumi. Apparentemente,  però, soltanto. È  come se avesse compreso come non si possano descrivere certi sentimenti e certe visioni se non con una asciutta, riarsa grammatica. Quasi che la devozione alla poesia esigesse un monacale contegno nel fermare un istante con le parole, perchè su quella strada il tentativo ha speranza di incontrare la soluzione. Eppure la sua non è mai una lingua arida. Vi si avverte una vitalità roboante, una frequentazione tumultuosa che nell’asciuttezza e nella sintesi (in accezione quasi chimica – e a voler fare dell’ironia si potrebbe addurre l’ascendenza professionale del padre Domenico), ben diversa dal riassunto, trova una modernità che ancora adesso – a parer mio – non ha eguali.
Mi scuote profondamente, ogni volta, l’emozione di incontrare un termine nobile, antico, desueto o raro tra i versi, in mezzo a parole comuni e riconducibili alla quotidianità. Montale non cerca tanto di reinventargli un senso. Lo usa perché reputa che sia quello il termine puntuale e funzionale all’architettura del verso, della strofa. Della poesia. È quel termine, e solo quello, a trasmettere il senso esatto di ciò che ha da dire. E che non è un esibizionismo sterile è evidente, per la naturalezza che acquista all’interno del componimento – laddove invece altrove ci suonerebbe stridulo.  Diventano versi eterni.
Il lessico italiano è sterminato in potenzialità, e il mio caro Eugenio ne fa un uso che mi frastorna meravigliosamente. Per fare un esempio sciocco e di basso valore, è come se scrivendo una lettera a qualcuno io scrivessi a proposito di un acquazzone abbattutosi davanti a casa mia. E potrei parlare di un temporale fortissimo, infinito, tremendo. Oppure usare una sola parola, secca, con un suono bellissimo e croccante, che trasmette una magnifica potenza: nubifragio. Il mio destinatario incontrerà questa parola, solitaria, ci si soffermerà. Ascolterà nella sua mente lo snocciolarsi delle sillabe, friabili. Immaginerà il rovesciarsi dell’acqua dal cielo alla terra, inarrestabile perché evocato in una parola sola – compatta, massiccia, monolitica. Nubifragio.

È così grandiosa poi la sua capacità di condensare in poche strofe un’immagine, una sensazione, un momento intensissimo attraversandolo come un coltello, risolutamente, senza compassioni di sorta né speculazioni meschine, dall’involucro al midollo in una verticalità inebriante, come una voragine subitanea. Eppure, più di altri ermetici, la sua era una sintassi compiuta, poco aleatoria e universale. Ciò stante, l’effetto che raggiunge è quasi sempre quello di un idioma affascinante e nuovo.

Non era un Adone, il mio amato Eugenio. Ma conosceva l’amore come pochi, da come ne ha scritto. Basti leggere come esempio Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco : chi penserebbe mai di raccontare la passione accanto a parole come rospo, orrore, pietà, fogna? Eppure lui lo fa, con una tenerezza e una serie di immagini fitte e travolgenti. Lontano anni luce dalle descrizioni banali.
O ritrovare Portami il girasole ch’io lo trapianti, in cui le riflessioni sull’esistenza e l’affetto per la sua Liguria cedono ad un’esortazione brusca: “portami il girasole impazzito di luce” – un’immagine già di per sé splendida. Poi riflettere su Clizia, ninfa della mitologia classica che si traformò in girasole, ma anche soprannome che Montale aveva dato a Irma Brandeis – misteriosa, emancipata e colta donna che forse non aveva mai smesso di amare nonostante il grande amore per la sua “Mosca”.
Io non so scrivere a proposito di altri, non so fare recensioni o biografie. Non era questa peraltro l’intenzione. Mi animava soltanto il desiderio di spiegare, come ho promesso a qualcuno, perché dopo tanto leggere e rileggere i versi di questo poeta mi coinvolgono ancora e sempre così tanto, come pochissime altre cose al mondo.
Non sono d’accordo con chi dice che la poesia è qualcosa che non resta. E ancora meno con chi ci gioca senza avere la premura adatta.