quellocheavanza

esercitazioni alla frugalità

Categoria: Musica

Solitudo/Magnitudo

Esiste un’altra solitudine
senza conoscere la quale in molti muoiono –
non la provoca la brama di un amico
nè le circostanze della sorte

bensì piuttosto è la natura, a volte,
altre volte a causa del pensiero
e coloro ai quali può accadere
son più ricchi di quanto dichiarato
dai soli numeri mortali. *

(Ed essi incorreranno
nella piena, e ancora la bufera
e la sventura estrema:
la terra, l’acqua, la tremenda
superficie, il cuore che tuona
un assoluto desiderio. **)

* Emily Dickinson, trad. ex novo
** da Image of the engine, George Oppen, trad.ex novo

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Prologo ed epilogo liguri

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

(da Le Occasioni, Eugenio Montale)

(da Anime salve, Fabrizio De Andrè)

#36

Se esiste una divinità siamo tu ed io
– monade di corde tese a vespro,
tela ortogonale e travatura
morbida, in costante dondolìo
testimonianza che l’effimero è capestro
quando si equivochi per male la natura.
E solamente nel cotone che ti urta
ti ricordi di un disegno che nei fili
fa una trama che rivela in un mandylion
di che cosa è innamorato Amore – ossìa
il suo resistere, mortale, nel tumulto.


Andrea Guerra - Due cuori
da Cuore Sacro O.S.T.

Non potevo davvero immaginare un commento più perfetto di questo. Così calzante che dovrebbe quasi essere lo scritto il piccolo corredo al brano.

All’amore della mia vita.
Probabilmente non passerai di qui, e se mai fosse avrai la tenerezza di non parlarne, come sempre.
Ti Amo infinitamente.

Questa è la lingua della nostra famiglia

L’ho letta questa mattina, ed è stata una notizia davvero spiazzante.
Guardarsi intorno con la sensazione di essere osservati è una reazione istintiva delle code di paglia. Confesso di essermi sentit* vagamente in colpa, chissà come, per questa dipartita. Avevo conosciuto Hans Werner Henze giusto qualche giorno fa, quasi per caso, con buona pace e conciliante sufficienza della mia ignoranza imperitura. Il caso aveva voluto che capitassi su un articolo che raccontava l’affettuosa amicizia tra il grande compositore tedesco e Ingeborg Bachmann – principale oggetto della mia ricerca. A una persona che cerca un testo della Bachmann per un lavoro su un poeta inglese dell’età elisabettiana non è dato di scampare alla tentazione di approfondire la conoscenza di un compositore tedesco contemporaneo. Se appena appartenete a questo genere di persone, capirete benissimo.
Ho cominciato ad ascoltare brani delle sue composizioni, ho approfondito per quanto possibile gli aspetti biografici, ho cercato di comprendere come questi permeassero quelle.
E adesso muore. Così, muore.
È prodigioso e sciocco il cammino che la mente compie nel supporre una qualche sua ingerenza nell’ordinato destino di un compositore tedesco ottantaseienne residente a qualche centinaio di chilometri dai luoghi che essa registra attraverso il nervo ottico, dai profumi che la seducono attraverso l’olfatto, dai rumori che bussano alle sue finestre.
Eppure accade che si pensi ad un segno, una premonizione, un nodo sul filo d’oro che comprenda il nostro passaggio.
Altro non è, invece, che il fulgore di una stella cadente – o, meglio, una supernova bellissima e tragica. L’apice dello splendore di un’esistenza mortale che attira con forza ed autorità il nostro sguardo, e ci dice: “Questo ero. Questo perdete.”.

“La nostra famiglia non è noi tutti insieme o una parte o un ramo della famiglia, ma un’enorme spugna, una memoria, che assorbe tutte le storie facendone una propria. E nel fondo, nella sua umidità, nella sua memoria rigonfia, se ne sta ognuno di noi, anonimo e sazio, nella propria anonimità.
Poichè quando la morte ci appare in una figura comprensibile, ce lo fa sapere, passando [su] uno della nostra famiglia. Quando nella cassetta delle lettere c’è la busta bianca, quando tra la poste restante spunta un bordo listato a lutto, quando alla fine di una lettera normale c’è la notizia: «P.S. Lo sai che zio Karl è morto dieci giorni fa di cancro allo stomaco, ha sofferto orribilmente, è stata una liberazione», allora la famiglia esercita i suoi diritti e in pochi tratti, per magia, evoca una vita innanzi a noi…”
[…]
“Taciamo. La nostra famiglia che si è propagata sulla terra, come l’umanità in mezzo ad altre creature, la nostra famiglia, dalla quale il mondo non può più guarire.
Io e Noi. Ma a volte non intendo forse più soltanto Noi? Noi donne e Noi uomini, Noi anime, Noi dannati, Noi naviganti, Noi ciechi, Noi ciechi naviganti. Noi iniziati. Noi con le nostre lacrime, vanità, desideri, speranze e disperazioni.
Noi indivisibili, divisi per ogni singolo, eppure Noi.
Non intendo forse Noi, andando incontro alla morte, Noi, accompagnati dai morti, Noi che lentamente sprofondiamo, Noi senza speranza?
In tanti momenti siamo Noi. In tutti i pensieri che non sono più in grado di pensare da sola. In lacrime che non siano piante soltanto per me.”

(da Libro del deserto, Ingeborg Bachmann, ed. Cronopio)

La frase che dà il titolo al post è tratta da Libro del deserto (op.cit.).

#30 – Two