quellocheavanza

esercitazioni alla frugalità

Categoria: Con parole d’altri

Solitudo/Magnitudo

Esiste un’altra solitudine
senza conoscere la quale in molti muoiono –
non la provoca la brama di un amico
nè le circostanze della sorte

bensì piuttosto è la natura, a volte,
altre volte a causa del pensiero
e coloro ai quali può accadere
son più ricchi di quanto dichiarato
dai soli numeri mortali. *

(Ed essi incorreranno
nella piena, e ancora la bufera
e la sventura estrema:
la terra, l’acqua, la tremenda
superficie, il cuore che tuona
un assoluto desiderio. **)

* Emily Dickinson, trad. ex novo
** da Image of the engine, George Oppen, trad.ex novo

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Cordoglio, anzi sollievo

Te ne andasti – ma dove?
Fu cosa così breve
per te sparire altrove.
Ma in noi che ti amavamo
che la tua ombra lieve
vanamente cerchiamo
il desiderio muove
l’inutile richiamo.

(da Aria alle stanze, Gabriella Leto, Einaudi 2003)

stava protervo, torvo, a non morire

il nostro scontento urtava ai trespoli
della flebo
ai davanzali caldi dell’estate
rimbalzava chiudendoci

stava protervo, torvo, a non morire
e le parole zitte
toglievano la vista
tanto erano fitte
tanto scure

«muori,
io ti prometto un lungo lutto,
amiamo di te tutto, anche il torvo
restare – a posteriori – ora però
non ci invidiare, muori»

settembre

(da La mattina dopo, Stefania Portaccio, Passigli 2011)

Wallace & Wallace (About The Bad Thing Itself)

Non idee sulla cosa, ma la cosa in sé

Al primo declinare dell’inverno, era già marzo,
dall’esterno un grido scarno, ed a lui parve
un suono come dentro la sua mente.

Lo aveva udito, di questo ne era certo
– uno strepito d’uccello, allo splendere del giorno
o prima, mentre marzo maturava il vento.

Il sole si levava ai sei rintocchi,
non più un pennacchio stanco sulla neve…
Sarebbe uscito sugli spazi aperti.

Non giungeva dal vasto ventriloquio
di sbiadita e sonnolenta cartapesta…
Era da altrove che giungeva il sole.

Era – quel gridare scheletrito –
pari un corista il cui do preceda il coro.
Era parte dell’astro colossale,

attorniato dagli anelli di corali
schiere, molto lontano ancora. Una
conoscenza tutta nuova del reale.

(Not Ideas About the Thing But the Thing Itself, Wallace Stevens, trad. ex novo)

“C’era anche il fatto che all’epoca non sopportavo il silenzio, non lo sopportavo davvero. Questo perché quando non c’erano rumori esterni i peletti dei miei timpani o che so io producevano un rumore tutto loro, per tenersi in allenamento o cose simili. Era come un ronzio forte, scintillante, metallico, sfavillante che chissà perché mi metteva davvero una fifa blu e mi faceva quasi impazzire quando lo sentivo, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate ti fa quasi impazzire quando la senti. Avevo cominciato a cercare il rumore piú o meno come una falena cerca la luce.
[…]
Su Trillafon non ho il solito problema della testa che trasforma il silenzio in uno sfavillante scintillio, perché l’antidepressivo triciclico – «Tofranil» – fa come un rumore elettrico tutto suo che soffoca completamente lo scintillio. Il nuovo rumore non è che sia piacevolissimo, ma è meglio dei rumori vecchi, che davvero non sopportavo. Il nuovo rumore sul mio pianeta è una specie di trillo elettrico ad alta tensione. Ecco perché da quasi un anno sbaglio puntualmente il nome del mio antidepressivo se non guardo bene la boccetta: l’ho chiamato «Trillafon» anziché «Trofanil», perché «Trillafon» è più trillante e elettrico, e somiglia più a com’è abitarci. Ma l’elettricità del pianeta Trillafon non è solo un rumore. Immagino che ad avere lo scilinguagnolo di May direi che «il pianeta Trillafon è caratterizzato semplicemente da uno stile di vita più elettrico». Il che è vero, più o meno. Certe volte sul pianeta Trillafon ti si rizzano i peli sulle braccia, senti un gelo correre lungo i grossi muscoli delle gambe e i denti vibrare quando chiudi la bocca, come se fossi sotto un cavo dell’alta tensione, o vicino a un trasformatore. Certe volte scoppietti senza motivo e vedi le cose blu. E perfino il suono della tua voce cerebrale quando pensi pensieri fra te e te sul pianeta Trillafon è diverso da com’era sulla Terra; ora sembra venire come da un altoparlante collegato a te solo da chilometri e chilometri di filo, come se fossi tornato ad ascoltare il vecchio programma radiofonico «Golden Days of Radio».”

(Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, David Foster Wallace, da Questa è l’acqua, Einaudi 2009)

Prologo ed epilogo liguri

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

(da Le Occasioni, Eugenio Montale)

(da Anime salve, Fabrizio De Andrè)

Inni interiori

Calano lenti, dal nord e dall’oriente,
al Ponte Tremolante della Via dei Franchi.
Negli occhi Roma eterna, urbe puttana e santa,
urbe puttana e santa.
In summa quoque Bardonis Alpe
in loco qui dicitur Pons Tremolans
.

Passa il tempo, come acqua sotto il ponte –
un’alluvione di tanto in tanto;
un’alluvione di tanto in tanto
ma il ponte è stabile, io tremolante.

Viadotti e gallerie, dalle pendici del monte,
traffico intenso sulla Parma-Mare A11;
code a tratti, code attratte dal sole.
Code attratte dal sole.
Negli occhi un litorale, un’altra estate al mare,
un altro anno d’amore.
Parole al sapore di mela, il sale sulle labbra,
tracce d’arsura in gola.

Passa il tempo, come acqua sotto il ponte –
un’alluvione di tanto in tanto;
un’alluvione di tanto in tanto
ma il ponte è stabile, io tremolante.

Estate

Muovonsi opachi coi lucenti secchi
gli uomini calmi in mezzo agli orti. Il rosso
dei pomodori sta segreto e acceso
nel verde come un cuore. Ma lontano
il mare con le sue luci d’argento,
che sono le campane del mattino,
chiama alla pesca gli uomini che il vino
del ritorno sognavano fra il lento
ondeggiar delle barche, ridestate
quali uccelli sul ramo. L’altalena
ferma nel buio della villa aspetta
il giorno. E il giorno accorderà le varie
e rumorose colazioni. Io resto
fra tanta luce e battere di panni.
Tre rape mezza mela ed una triste
macchina di cucina vecchia d’anni
sonnecchiano su un tavolo non viste.

(Sandro Penna, Muovonsi opachi coi lucenti secchi)

Con questa lettura si chiude, per me, il primo giorno d’estate.

Certezze

wittgenstein

“Se puoi dire con certezza che lì c’è una mano, allora ti accordiamo tutto il resto.”

(da Della certezza, Ludwig Josef Johann Wittgenstein)

Leggerezza

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire. Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio. In questa conferenza cercherò di spiegare – a me stesso e a voi – perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto; quali sono gli esempi tra le opere del passato in cui riconosco il mio ideale di leggerezza; come situo questo valore nel presente e come lo proietto nel futuro. […] Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi… Poi, l’informatica. E’ vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso. E’ legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un’immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l’operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia. Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero. Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E’ il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla materia quanto agli esseri umani. La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. Questa polverizzazione della realtà s’estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula harena, sulla sabbia che s’imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390). […] La gravità senza peso di cui ho parlato a proposito di Cavalcanti riaffiora nell’epoca di Cervantes e di Shakespeare: è quella speciale connessione tra melanconia e umorismo, che è stata studiata in Saturn and Melancholy da Klibansky, Panofsky, Saxl. Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l’io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. Melanconia e humour mescolati e inseparabili caratterizzano l’accento del Principe di Danimarca che abbiamo imparato a riconoscere in tutti o quasi i drammi shakespeariani sulle labbra dei tanti avatars del personaggio Amleto. Uno di essi, Jaques in As You Like It, cosi definisce la melanconia (atto IV, scena I):

… but it is a melancholy of my own,
compounded of many simples, extracted from
many objects, and indeed the sundry
contemplation of my travels, which, by
often rumination, wraps me in a most
humorous sadness.

… è la mia peculiare malinconia
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima tristezza.

Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni, un pulviscolo d’atomi come tutto ciò che costituisce l’ultima sostanza della molteplicità delle cose.”

(da Lezioni americane, Italo Calvino)

“Che cosa pensano di fare, qui? Be’, c’è la risposta ufficiale; prepararsi per la vita, vale a dire lavoro e sicurezza per crescere bambini che si preparino per la vita vale a dire lavoro e sicurezza per. Ma, a dispetto di tutti i consiglieri scolastici, di tutti gli opuscoli che illustrano quanto buon denaro si può guadagnare puntando su una solida educazione tecnica – farmacologia, diciamo, o contabilità, o le diverse opportunità
offerte dal vasto campo dell’elettronica – ce n’è ancora un numero incredibile che si ostina a scrivere poesie, romanzi, drammi! Intontiti dal sonno, scribacchiano negli istanti carpiti fra una lezione, l’impiego a mezza giornata e i doveri coniugali. Coi cervelli storditi dalle parole riassettano una sala operativa, smistano la corrispondenza in un ufficio postale, preparano il biberon, friggono hamburger. E da qualche parte, in mezzo alla schiavitù del dover-essere, il folle poter-essere sussurra loro di vivere, conoscere, sperimentare – cosa? Meraviglie! Una Stagione all’Inferno, Viaggio al Termine della Notte, i Sette Pilastri della Saggezza, la Chiara Luce del Vuoto…
Qualcuno di loro ce la farà? Oh, certo. Almeno uno. Due o tre al massimo — tra le migliaia che tentano.

Là in mezzo, George prova una sorta di vertigine. Oh Dio che ne sarà di loro? Che possibilità hanno? Devo urlargli, qui, ora, che non c’è speranza?

Ma George sa di non poterlo fare. Poiché, assurdamente, inadeguatamente, suo malgrado, egli è un rappresentante della speranza. E la speranza non è falsa. No. Semplicemente, George è come un uomo che cerchi di vendere per la strada un brillante vero per un nichelino. Il brillante è al sicuro da tutti salvo pochi eletti, perché la grande maggioranza che s’affretta non perderà mai tempo a credere che possa essere ragionevolmente vero.

Fuori della caffetteria ci sono gli annunci delle solite attività studentesche: la Notte delle Squaw, il Picnic del Toson d’Oro, il Ballo dei Taglianebbia, le Riunioni della Società Civica, e la grande partita contro la LPSC. Questi rituali pubblicizzati della Tribù del San Tomas non sono convincenti, in quanto promossi da una minoranza di secchioni zelanti. Gli altri non si considerano veramente una tribù, anche se in particolari occasioni fingono di esserlo. Tutto ciò che in effetti hanno in comune è l’ansia; il bisogno di farcela, di finire quel compito che deve essere consegnato in tre giorni. Quando George sorprende qualche loro conversazione si tratta quasi sempre di ciò che non sono riusciti a fare, di ciò che paventano che il professore gli faccia fare, di ciò che hanno rischiato non facendo e di come sono riusciti a scamparla.
La caffetteria è affollata. George fermo sulla porta si guarda attorno. Ora che è un servizio pubblico, una proprietà dell’STSC, è impaziente di essere usato. Detesta che venga sprecato anche un solo minuto di sé. Comincia ad aggirarsi tra i tavoli con un sorriso di prova, un sorriso da quaranta watt pronto a essere portato a centocinquanta, solo che qualcuno lo chieda.”

(da Un uomo solo, Christopher Isherwood)

Mind

wint
“One must have a mind of winter…”
(da The Snow Man, Wallace Stevens)