quellocheavanza

esercitazioni alla frugalità

Categoria: accoppiamenti giudiziosi / incauti accomodamenti

scerbanenco_innamorati (Giorgio Scerbanenco, Innamorati buoni d’inverno)

 

“The tests are good. You need a million of them.
You’d die laughing as I write to you
Through leaves and articulations, yes, laughing
Myself silly too. The funniest little thing…”

(John Ashbery, Wooden buildings)

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Solitudo/Magnitudo

Esiste un’altra solitudine
senza conoscere la quale in molti muoiono –
non la provoca la brama di un amico
nè le circostanze della sorte

bensì piuttosto è la natura, a volte,
altre volte a causa del pensiero
e coloro ai quali può accadere
son più ricchi di quanto dichiarato
dai soli numeri mortali. *

(Ed essi incorreranno
nella piena, e ancora la bufera
e la sventura estrema:
la terra, l’acqua, la tremenda
superficie, il cuore che tuona
un assoluto desiderio. **)

* Emily Dickinson, trad. ex novo
** da Image of the engine, George Oppen, trad.ex novo

Eyes wide open

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Eyes wide open: locuzione inglese che esprime la piena consapevolezza di un individuo rispetto a una situazione. (wikipedia)

La verità è che ho sempre pensato che lo sguardo di T. S. Eliot e quello di Paul Auster si somiglino e anche molto. E questo mi porta a riflettere spesso sugli occhi degli uomini che pensano, scrivono, creano  – spalancati di consapevolezza – e sul loro modo di osservare il mondo.

Pluralità

“Le classi ed i concetti potrebbero, tuttavia, essere concepiti come oggetti reali, ossia classi come “pluralità di cose” o come strutture consistenti di una pluralità di cose, e concetti come le proprietà e le relazioni tra cose che esistono indipendentemente dalle nostre definizioni e costruzioni.
Mi pare che l’assunzione di simili oggetti sia altrettanto legittima di quella dei corpi fisici e ci sono quasi altrettante ragioni per credere nella loro esistenza.”

(Kurt G̈odel)

one-and-three-chairs
(One and three chairs – Joseph Kosuth)

Cordoglio, anzi sollievo

Te ne andasti – ma dove?
Fu cosa così breve
per te sparire altrove.
Ma in noi che ti amavamo
che la tua ombra lieve
vanamente cerchiamo
il desiderio muove
l’inutile richiamo.

(da Aria alle stanze, Gabriella Leto, Einaudi 2003)

stava protervo, torvo, a non morire

il nostro scontento urtava ai trespoli
della flebo
ai davanzali caldi dell’estate
rimbalzava chiudendoci

stava protervo, torvo, a non morire
e le parole zitte
toglievano la vista
tanto erano fitte
tanto scure

«muori,
io ti prometto un lungo lutto,
amiamo di te tutto, anche il torvo
restare – a posteriori – ora però
non ci invidiare, muori»

settembre

(da La mattina dopo, Stefania Portaccio, Passigli 2011)

Wallace & Wallace (About The Bad Thing Itself)

Non idee sulla cosa, ma la cosa in sé

Al primo declinare dell’inverno, era già marzo,
dall’esterno un grido scarno, ed a lui parve
un suono come dentro la sua mente.

Lo aveva udito, di questo ne era certo
– uno strepito d’uccello, allo splendere del giorno
o prima, mentre marzo maturava il vento.

Il sole si levava ai sei rintocchi,
non più un pennacchio stanco sulla neve…
Sarebbe uscito sugli spazi aperti.

Non giungeva dal vasto ventriloquio
di sbiadita e sonnolenta cartapesta…
Era da altrove che giungeva il sole.

Era – quel gridare scheletrito –
pari un corista il cui do preceda il coro.
Era parte dell’astro colossale,

attorniato dagli anelli di corali
schiere, molto lontano ancora. Una
conoscenza tutta nuova del reale.

(Not Ideas About the Thing But the Thing Itself, Wallace Stevens, trad. ex novo)

“C’era anche il fatto che all’epoca non sopportavo il silenzio, non lo sopportavo davvero. Questo perché quando non c’erano rumori esterni i peletti dei miei timpani o che so io producevano un rumore tutto loro, per tenersi in allenamento o cose simili. Era come un ronzio forte, scintillante, metallico, sfavillante che chissà perché mi metteva davvero una fifa blu e mi faceva quasi impazzire quando lo sentivo, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate ti fa quasi impazzire quando la senti. Avevo cominciato a cercare il rumore piú o meno come una falena cerca la luce.
[…]
Su Trillafon non ho il solito problema della testa che trasforma il silenzio in uno sfavillante scintillio, perché l’antidepressivo triciclico – «Tofranil» – fa come un rumore elettrico tutto suo che soffoca completamente lo scintillio. Il nuovo rumore non è che sia piacevolissimo, ma è meglio dei rumori vecchi, che davvero non sopportavo. Il nuovo rumore sul mio pianeta è una specie di trillo elettrico ad alta tensione. Ecco perché da quasi un anno sbaglio puntualmente il nome del mio antidepressivo se non guardo bene la boccetta: l’ho chiamato «Trillafon» anziché «Trofanil», perché «Trillafon» è più trillante e elettrico, e somiglia più a com’è abitarci. Ma l’elettricità del pianeta Trillafon non è solo un rumore. Immagino che ad avere lo scilinguagnolo di May direi che «il pianeta Trillafon è caratterizzato semplicemente da uno stile di vita più elettrico». Il che è vero, più o meno. Certe volte sul pianeta Trillafon ti si rizzano i peli sulle braccia, senti un gelo correre lungo i grossi muscoli delle gambe e i denti vibrare quando chiudi la bocca, come se fossi sotto un cavo dell’alta tensione, o vicino a un trasformatore. Certe volte scoppietti senza motivo e vedi le cose blu. E perfino il suono della tua voce cerebrale quando pensi pensieri fra te e te sul pianeta Trillafon è diverso da com’era sulla Terra; ora sembra venire come da un altoparlante collegato a te solo da chilometri e chilometri di filo, come se fossi tornato ad ascoltare il vecchio programma radiofonico «Golden Days of Radio».”

(Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, David Foster Wallace, da Questa è l’acqua, Einaudi 2009)

Prologo ed epilogo liguri

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

(da Le Occasioni, Eugenio Montale)

(da Anime salve, Fabrizio De Andrè)