di Q.

“Che cosa pensano di fare, qui? Be’, c’è la risposta ufficiale; prepararsi per la vita, vale a dire lavoro e sicurezza per crescere bambini che si preparino per la vita vale a dire lavoro e sicurezza per. Ma, a dispetto di tutti i consiglieri scolastici, di tutti gli opuscoli che illustrano quanto buon denaro si può guadagnare puntando su una solida educazione tecnica – farmacologia, diciamo, o contabilità, o le diverse opportunità
offerte dal vasto campo dell’elettronica – ce n’è ancora un numero incredibile che si ostina a scrivere poesie, romanzi, drammi! Intontiti dal sonno, scribacchiano negli istanti carpiti fra una lezione, l’impiego a mezza giornata e i doveri coniugali. Coi cervelli storditi dalle parole riassettano una sala operativa, smistano la corrispondenza in un ufficio postale, preparano il biberon, friggono hamburger. E da qualche parte, in mezzo alla schiavitù del dover-essere, il folle poter-essere sussurra loro di vivere, conoscere, sperimentare – cosa? Meraviglie! Una Stagione all’Inferno, Viaggio al Termine della Notte, i Sette Pilastri della Saggezza, la Chiara Luce del Vuoto…
Qualcuno di loro ce la farà? Oh, certo. Almeno uno. Due o tre al massimo — tra le migliaia che tentano.

Là in mezzo, George prova una sorta di vertigine. Oh Dio che ne sarà di loro? Che possibilità hanno? Devo urlargli, qui, ora, che non c’è speranza?

Ma George sa di non poterlo fare. Poiché, assurdamente, inadeguatamente, suo malgrado, egli è un rappresentante della speranza. E la speranza non è falsa. No. Semplicemente, George è come un uomo che cerchi di vendere per la strada un brillante vero per un nichelino. Il brillante è al sicuro da tutti salvo pochi eletti, perché la grande maggioranza che s’affretta non perderà mai tempo a credere che possa essere ragionevolmente vero.

Fuori della caffetteria ci sono gli annunci delle solite attività studentesche: la Notte delle Squaw, il Picnic del Toson d’Oro, il Ballo dei Taglianebbia, le Riunioni della Società Civica, e la grande partita contro la LPSC. Questi rituali pubblicizzati della Tribù del San Tomas non sono convincenti, in quanto promossi da una minoranza di secchioni zelanti. Gli altri non si considerano veramente una tribù, anche se in particolari occasioni fingono di esserlo. Tutto ciò che in effetti hanno in comune è l’ansia; il bisogno di farcela, di finire quel compito che deve essere consegnato in tre giorni. Quando George sorprende qualche loro conversazione si tratta quasi sempre di ciò che non sono riusciti a fare, di ciò che paventano che il professore gli faccia fare, di ciò che hanno rischiato non facendo e di come sono riusciti a scamparla.
La caffetteria è affollata. George fermo sulla porta si guarda attorno. Ora che è un servizio pubblico, una proprietà dell’STSC, è impaziente di essere usato. Detesta che venga sprecato anche un solo minuto di sé. Comincia ad aggirarsi tra i tavoli con un sorriso di prova, un sorriso da quaranta watt pronto a essere portato a centocinquanta, solo che qualcuno lo chieda.”

(da Un uomo solo, Christopher Isherwood)

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