Questa è la lingua della nostra famiglia

di Q.

L’ho letta questa mattina, ed è stata una notizia davvero spiazzante.
Guardarsi intorno con la sensazione di essere osservati è una reazione istintiva delle code di paglia. Confesso di essermi sentit* vagamente in colpa, chissà come, per questa dipartita. Avevo conosciuto Hans Werner Henze giusto qualche giorno fa, quasi per caso, con buona pace e conciliante sufficienza della mia ignoranza imperitura. Il caso aveva voluto che capitassi su un articolo che raccontava l’affettuosa amicizia tra il grande compositore tedesco e Ingeborg Bachmann – principale oggetto della mia ricerca. A una persona che cerca un testo della Bachmann per un lavoro su un poeta inglese dell’età elisabettiana non è dato di scampare alla tentazione di approfondire la conoscenza di un compositore tedesco contemporaneo. Se appena appartenete a questo genere di persone, capirete benissimo.
Ho cominciato ad ascoltare brani delle sue composizioni, ho approfondito per quanto possibile gli aspetti biografici, ho cercato di comprendere come questi permeassero quelle.
E adesso muore. Così, muore.
È prodigioso e sciocco il cammino che la mente compie nel supporre una qualche sua ingerenza nell’ordinato destino di un compositore tedesco ottantaseienne residente a qualche centinaio di chilometri dai luoghi che essa registra attraverso il nervo ottico, dai profumi che la seducono attraverso l’olfatto, dai rumori che bussano alle sue finestre.
Eppure accade che si pensi ad un segno, una premonizione, un nodo sul filo d’oro che comprenda il nostro passaggio.
Altro non è, invece, che il fulgore di una stella cadente – o, meglio, una supernova bellissima e tragica. L’apice dello splendore di un’esistenza mortale che attira con forza ed autorità il nostro sguardo, e ci dice: “Questo ero. Questo perdete.”.

“La nostra famiglia non è noi tutti insieme o una parte o un ramo della famiglia, ma un’enorme spugna, una memoria, che assorbe tutte le storie facendone una propria. E nel fondo, nella sua umidità, nella sua memoria rigonfia, se ne sta ognuno di noi, anonimo e sazio, nella propria anonimità.
Poichè quando la morte ci appare in una figura comprensibile, ce lo fa sapere, passando [su] uno della nostra famiglia. Quando nella cassetta delle lettere c’è la busta bianca, quando tra la poste restante spunta un bordo listato a lutto, quando alla fine di una lettera normale c’è la notizia: «P.S. Lo sai che zio Karl è morto dieci giorni fa di cancro allo stomaco, ha sofferto orribilmente, è stata una liberazione», allora la famiglia esercita i suoi diritti e in pochi tratti, per magia, evoca una vita innanzi a noi…”
[…]
“Taciamo. La nostra famiglia che si è propagata sulla terra, come l’umanità in mezzo ad altre creature, la nostra famiglia, dalla quale il mondo non può più guarire.
Io e Noi. Ma a volte non intendo forse più soltanto Noi? Noi donne e Noi uomini, Noi anime, Noi dannati, Noi naviganti, Noi ciechi, Noi ciechi naviganti. Noi iniziati. Noi con le nostre lacrime, vanità, desideri, speranze e disperazioni.
Noi indivisibili, divisi per ogni singolo, eppure Noi.
Non intendo forse Noi, andando incontro alla morte, Noi, accompagnati dai morti, Noi che lentamente sprofondiamo, Noi senza speranza?
In tanti momenti siamo Noi. In tutti i pensieri che non sono più in grado di pensare da sola. In lacrime che non siano piante soltanto per me.”

(da Libro del deserto, Ingeborg Bachmann, ed. Cronopio)

La frase che dà il titolo al post è tratta da Libro del deserto (op.cit.).

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