#22 – Fermata

di Q.

Ero nervosa, di fretta, non mi sentivo pronta nelle reazioni. Avrei gradito, insomma, che non mi si rivolgessero parole, domande, preghiere. L’avevo visto, arrivando con il respiro convulso dopo l’attraversamento al semaforo, cincischiare intorno a un baricentro poco preciso.

Mi fermo dove sono, all’estremo opposto della banchina. Lontana, di una distanza che vorrei siderale e che invece è misera.

Poi sento quest’uomo col passo irregolare – direi un passo in 5/4, alla Dave Brubeck, che a dondolare la testa ti mancava sempre un colpo a finire la serie, o ce n’era uno d’avanzo – ebbene sento quest’uomo che si avvicina col suo walzer disgraziato, ed ha una sua celerità. La banchina è molto più corta di quanto mi sia sembrato nell’ultimo anno.

Decido di rimanere ferma e al contempo assecondare rilassata il vento, per muovermi poi nel preciso attimo in cui sentirò il tizio alle mie spalle; facendo perno sul piede destro compiere la rotazione di una porta a bussola, in modo da cedere con civiltà lo spazio di camminamento all’uomo ed abbreviare sensibilmente il tempo in cui ci troveremo entrambi dentro lo stesso metro quadro di asfalto. È tutta colpa del cinema, se un tipo male in arnese con l’andatura sghemba e che si avvicina con la fretta spezzettata degli storpi ci fa venire i sudori freddi.

Mentre ruoto a compasso sulla mia gamba lo guardo istintivamente in volto. E non so come sia possibile, ma sul mio viso non credo si esprima alcuna reazione – mentre quello che provo è sgomento puro. Il cuore mi salta in braccio all’ugola e, se l’istinto fosse stato quello di urlare, la mia salvifica pompa avrebbe rischiato di soffocarmi. Tutto quel che il mio esile scheletro sostiene sembra tenda a liquefarsi in un istante, reclamando il suo diritto di cedere alla gravità, come una colonna d’acqua teletrasportata sulla Terra da un qualche pianeta sul quale Newton ha un Frutta&Verdura. Non ho idea di quale coscienza mi consenta di riafferrare i legamenti dell’unico ginocchio che ancora, in quel momento, mi sostiene mentre ha già ceduto – lo sento, ho già la rotula a un palmo da terra – ma solo in una realtà parallela leggerissimamente in differita su cui ho potere.

Ciò che mi ha letteralmente scioccato non è stato il terrore di trovarmi in pericolo. È stato invece un senso di pena indicibile, una condivisione di dolore nel reggere la quale i miei sensi hanno vacillato per un terreo, larghissimo minuto secondo.
A mezzo metro da me c’è un viso maturo e non anziano, accampato definitivamente in una disfatta, gli occhi sgranati ma in maniera non gemella, spalancati eppure spenti. Il labbro inferiore appena pendulo, e insanguinato. Sangue vivo.

L’istinto a bagnomaria in quel novanta e passa per cento di dna che condividiamo con gli scimpanzé mi fa fiutare rapidamente l’aria. Un automatismo di sopravvivenza, credo, retaggio di autoconservazione. Non ha odore d’alcool. Non ha odore di trascuratezza.

Non credevo affatto fosse lì per prendere un autobus. Forse scioccamente ho creduto che un uomo in quelle condizioni non viaggi su mezzi di linea, insieme alla gente dalla vita ordinata. Forse ho pensato che nell’esistenza non avesse un luogo da raggiungere in un dato momento. Che questo tipo di esistenze si muovano esclusivamente a piedi. Sale.

A bordo dell’autobus è l’evidenza fatta e finita di una frattura multipla imminente. Ondeggia come il passeggero di una nave in tempesta. Non timbra, e prendo atto che questa è l’ultima cosa di cui preoccuparsi. Avvicinatosi al sedile che ha scelto, si infila oltre la sbarra e si siede, composto, con una coordinazione sulla quale mai avrei scommesso un caffè. Il resto del tempo lo passa a compiere un solo, ripetuto movimento: tende la mano destra verso la sbarra del sostegno saldata al sedile di fronte senza riuscire a prenderla. Tenta, insiste, senza rabbia e pervicacemente; è come se la sbarra fosse dieci centimetri a tribordo in quello spazio, ma egli rimanesse dell’idea che spetti alla sbarra doversi avvicinare. Sbatto un paio di volte le palpebre – e metto a fuoco il qui e ora – non appena mi rendo conto che sto inconsciamente compiendo lo stesso movimento, mancando reiteratamente e con tenacia la presa sulla mia gamba, raccolta presso il busto come l’altra, con la mano sinistra. Mi guardo intorno con discrezione, poggio con una parvenza di naturalezza la mano sul collant verde. Continuo a spiare di sottecchi l’uomo e il suo labbro, dal mio posto qualche sedile più indietro, nella fila di destra.

Come se fossi nella carlinga di un aereo, anziché in un pullman liso dentro e fuori, la cognizione del luogo in cui sto andando – e dei motivi per cui ci sto andando – cade dall’alto come le maschere dell’ossigeno; mi salva il pensiero che ho una vita comune. La certezza che qualcuno, finchè dura, mi terrà alla larga dalla distruzione, dall’avere un labbro insanguinato e andare in giro come nulla fosse.

 

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