di Q.

“…Mi aggrapperò per tutta la vita alla superficie delle parole.
Non voglio che la gente, quando entro io, alzi gli occhi con ammirazione. Voglio donare, voglio ricevere, e voglio solitudine in cui aprire i miei possessi.
Quelli che mi hanno disprezzato riconosceranno la mia sovranità. Ma per una qualche legge imperscrutabile del mio essere, la sovranità e il possesso del potere non saranno sufficienti; mi spingerò sempre, aprendo le tende, verso l’intimità, e desidererò qualche solitaria parola sussurrata. Perciò me ne vado dubbioso, ma esaltato; temendo un dolore intollerabile; eppure, nel mio avventuroso andare, mi ritengo destinato ad essere vittorioso dopo grave sofferenza; destinato, certamente, a scoprire alla fine il mio desiderio.
Adesso diventa chiaro che io non sono unico e semplice, ma complesso e molteplice.
In un mondo che contiene il momento presente, perchè fare discriminazioni? Non si dovrebbe nominare mai nulla, per non cambiarlo.”

“…Ma per farti capire, per consegnarti la mia vita, devo raccontarti una storia – e sono tante, così tante, le storie – storie di infanzia, storie di scuola, di amore, di matrimonio, di morte ecc. ecc. Nessuna è vera. Eppure, come bambini ci raccontiamo delle storie, e per adornarle inventiamo queste belle frasi, ridicole, sgargianti.
[…]
Disteso in un fosso in un giorno di tempesta, dopo che ha tanto piovuto, mentre nel cielo nuvole enormi avanzano in colonna, nuvole a brandelli, ciuffi di nuvole, ciò che mi piace allora è la confusione, l’altezza, l’indifferenza, la furia. Grandi nuvole sempre in moto, sempre mutevoli, un che di sulfureo, sinistro, accumulatosi alla rinfusa, qualcosa che ci sovrasta, e si trascina, si spezza, si perde, e io dimenticato, minuscolo, in un fosso. Allora di storie, di trame, non ne vedo traccia.”

(da Le onde, Virginia Woolf)

Tawara Yūsaku, Kyo (Emptiness),  1993

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