Eugenio…

di Q.

Ho promesso un tentativo di spiegazione riguardo al mio amore per Montale e la sua scrittura. Non è molto di più che un tentativo incerto sugli esiti già in partenza.

Amo Montale perché è commovente, ai miei occhi, l’uso che fa delle parole: non eccede, non straborda; descrive con una parsimonia eccelsa e apparentemente distaccata quel che accade fuori e dentro di sé con una prossimità fluida, priva di traumi. Apparentemente,  però, soltanto. È  come se avesse compreso come non si possano descrivere certi sentimenti e certe visioni se non con una asciutta, riarsa grammatica. Quasi che la devozione alla poesia esigesse un monacale contegno nel fermare un istante con le parole, perchè su quella strada il tentativo ha speranza di incontrare la soluzione. Eppure la sua non è mai una lingua arida. Vi si avverte una vitalità roboante, una frequentazione tumultuosa che nell’asciuttezza e nella sintesi (in accezione quasi chimica – e a voler fare dell’ironia si potrebbe addurre l’ascendenza professionale del padre Domenico), ben diversa dal riassunto, trova una modernità che ancora adesso – a parer mio – non ha eguali.
Mi scuote profondamente, ogni volta, l’emozione di incontrare un termine nobile, antico, desueto o raro tra i versi, in mezzo a parole comuni e riconducibili alla quotidianità. Montale non cerca tanto di reinventargli un senso. Lo usa perché reputa che sia quello il termine puntuale e funzionale all’architettura del verso, della strofa. Della poesia. È quel termine, e solo quello, a trasmettere il senso esatto di ciò che ha da dire. E che non è un esibizionismo sterile è evidente, per la naturalezza che acquista all’interno del componimento – laddove invece altrove ci suonerebbe stridulo.  Diventano versi eterni.
Il lessico italiano è sterminato in potenzialità, e il mio caro Eugenio ne fa un uso che mi frastorna meravigliosamente. Per fare un esempio sciocco e di basso valore, è come se scrivendo una lettera a qualcuno io scrivessi a proposito di un acquazzone abbattutosi davanti a casa mia. E potrei parlare di un temporale fortissimo, infinito, tremendo. Oppure usare una sola parola, secca, con un suono bellissimo e croccante, che trasmette una magnifica potenza: nubifragio. Il mio destinatario incontrerà questa parola, solitaria, ci si soffermerà. Ascolterà nella sua mente lo snocciolarsi delle sillabe, friabili. Immaginerà il rovesciarsi dell’acqua dal cielo alla terra, inarrestabile perché evocato in una parola sola – compatta, massiccia, monolitica. Nubifragio.

È così grandiosa poi la sua capacità di condensare in poche strofe un’immagine, una sensazione, un momento intensissimo attraversandolo come un coltello, risolutamente, senza compassioni di sorta né speculazioni meschine, dall’involucro al midollo in una verticalità inebriante, come una voragine subitanea. Eppure, più di altri ermetici, la sua era una sintassi compiuta, poco aleatoria e universale. Ciò stante, l’effetto che raggiunge è quasi sempre quello di un idioma affascinante e nuovo.

Non era un Adone, il mio amato Eugenio. Ma conosceva l’amore come pochi, da come ne ha scritto. Basti leggere come esempio Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco : chi penserebbe mai di raccontare la passione accanto a parole come rospo, orrore, pietà, fogna? Eppure lui lo fa, con una tenerezza e una serie di immagini fitte e travolgenti. Lontano anni luce dalle descrizioni banali.
O ritrovare Portami il girasole ch’io lo trapianti, in cui le riflessioni sull’esistenza e l’affetto per la sua Liguria cedono ad un’esortazione brusca: “portami il girasole impazzito di luce” – un’immagine già di per sé splendida. Poi riflettere su Clizia, ninfa della mitologia classica che si traformò in girasole, ma anche soprannome che Montale aveva dato a Irma Brandeis – misteriosa, emancipata e colta donna che forse non aveva mai smesso di amare nonostante il grande amore per la sua “Mosca”.
Io non so scrivere a proposito di altri, non so fare recensioni o biografie. Non era questa peraltro l’intenzione. Mi animava soltanto il desiderio di spiegare, come ho promesso a qualcuno, perché dopo tanto leggere e rileggere i versi di questo poeta mi coinvolgono ancora e sempre così tanto, come pochissime altre cose al mondo.
Non sono d’accordo con chi dice che la poesia è qualcosa che non resta. E ancora meno con chi ci gioca senza avere la premura adatta.

Annunci