Quello che avanza

di Q.

Quello che avanza, sostanzialmente, è ciò che vorrei cadesse qui. Ad ogni ritorno, dopo ciascuna volta in cui rincaso da qualsiasi tipo di altrove. Quello che avanza di me. La riduzione ai minimi termini del mio sguardo sul mondo.

Quello che avanza è quello che lasciamo a terra. Talvolta, almeno.
Può essere lo scarto, quanto è in eccesso – gli avanzi lasciati nel piatto. Ma a me è più caro il concetto che quello che avanza è quello che rimane:
Che ne farò ora dell’amore che mi avanza? Quanti chilometri ti avanzano prima di arrivare?

Senza stare poi a considerare che quello che avanza è quel che prosegue spedito e imperterrito nonostante noi. O ancora la minaccia – piuttosto che la promessa – che ci corre incontro:

Ti prendo la stampella, dice, alzandosi e andando verso il gancio nel muro vicino al mio letto.
Per un momento la seguo con gli occhi e poi dico: Rose Hawthorne non valeva molto come poetessa, vero?
No. Francamente, non era granché.
Però c’è un verso… un grande verso. Credo non sia inferiore a nient’ altro che abbia mai letto.
E quale?, chiede lei, voltandosi a guardarmi.
E il folle mondo viene avanti rotolando. 
Miriam fa un altro sorriso raggiante. Lo  sapevo, mi dice. Mentre trascrivevo la citazione mi sono detta: Questo gli piacerà. Potrebbe essere stato scritto per lui.
Il folle mondo viene avanti rotolando, Miriam. Stampella in mano, si avvicina al letto e si siede accanto a me. Sì, papà, dice, osservando sua figlia con aria preoccupata, il folle mondo viene avanti rotolando.

(Paul Auster, Uomo nel buio, Einaudi 2008)

Questo è quanto, per quel che riguarda il titolo.

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