quellocheavanza

esercitazioni alla frugalità

 

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Ho un lupo che mi dorme accanto
e ad ogni passo fedele come un ombra
si preoccupa di me, anche se non sento,
mi parla e tutto sa, anche se non sembra.
Non ho capretti, cappuccetti rossi, il vanto
delle nonne miopi, la casa è ingombra
ma non è di paglia o legno, è di cemento
e il lupo è qui, già dentro, alla penombra
ci dividiamo il temporale, dividiamo il tempo
senza fiabe, senza Yukon, senza pelli,
e quando usciamo ci orientiamo con le stelle.

Cuori morti, foglie morte, estranei vivi:
l’estate sempre fatta di altre spiagge
metafisiche o concrete dove arrivi –
io resto quello aduso più alle rogge;

io i declivi, tu per le spianate
semplici, non amo che le rose che non colsi.
Di quando tu chiamasti e l’efferate
voci molsero, e mi volsi.

Sempre il pruno rigido e feroce
a offrire la rosa in su la cima
ed ora mi ritrovo senza voce.

Ho perso il gusto la mattina
di alzarmi presto, far segno di croce
al letto, come gli anni prima.

Garofani rosa e bianchi… si desidera
tanto, tanto di più.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spartita la mia famiglia benedetta
si muove tra una stanza e l’altra.
Latente la conversazione, ci fiacca una carenza
– uno zio prevosto poi spretato non l’abbiamo;
ripieghiamo a stormo: una parente stretta
larga di vedute che ha figliato adesso
la discendenza di un gradasso separato.
Siamo bugne di dolore maldisposto, orfane
di propellente e dure,
semi abbandonati sulla pietra
per altre fessure sospirate.

***

Hortus conclusus

Torno a casa come a volte un temporale
passa sopra a quello che ci resta
di noi – l’arcipelago minuto
fra casa e patio, storna interferenza
di macchie bianche sul giardino aspro.
Tre minuti di silenzio li so per un dirupo,
stimo un tempo muto un’esiziale
latebra, così non cedo campo, assisto, balzo –
un tamburino sardo, se te ne ricordi.
Lontano chiami ma nessuno viene
se non per fede, al padre, o per virtù;
nel gelo come un passo scalzo il soffio
di chi l’algore sa come la via, la verità, la vita.

***

Apprendi adesso l’equilibrio
dal camino che sollecito congeda
– ah, l’impudenza del mio novizio calepino… –
un dicembre dimesso e sbrigativo.
Non ora, ma lo saprai:
un elefante si dondola sempre
sopra il filo di un’altalena;
così un nascituro per una
trigesima viene, come un’allodola
per un cavallo1. Spaglio su tavola
rossa e per le orecchie innocenti
tracce di frutta a guscio,
la nostra ironia scellerata.

  1. Il riferimento è alla celebre storiella del paté di allodola – cavallo (giustappunto) di battaglia di Moni Ovadia.

***

C’è un enigma, un suono che ribatte
ed è il mistero della nostra catalisi –
dispersi eppure prossimi uno all’altro
a furore di stigma confutato;
sì, in sostanza, che ci accomoda l’amore,
un luccichio fugace di bengala
zeus minore della nostra infanzia.
Eri governo sul fulgore degli elettrodi,
padre, il tuo cognome giusto
un antipatronimico di brezza,
un modularsi greco e stante questo
del mio, del tuo temperamento
posso dire: – È barbaro, ancora più che antico.

***

Questi testi (qui in versione rimaneggiata) sono apparsi nel marzo 2013 nell’ebook “La stanza clandestina”, per il collettivo culturale Word Social Forum che ringrazio ancora una volta per la visibilità concessami.

“…The hurt is not enough:
I long for weight and strength
To feel the earth as rough
To all my length.”

GLORIES OF A FORGOTTEN FUTURE from Adrian Melis on Vimeo.


...i know it well,
ugly and sweet...

Lift my hands, my eyes are still,
I'll walk into the sea
Shoot myself in a different place
And leave it

I've longed for this to take me,
I've longed for my release
I've waited for the callin'
To leave, leave.

Come pirata ho fallito
quanto a tesori sepolti;
così mio padre, una vanga,
caccia due dita in gola alla terra.
Ma qualcuno non regge, sta male
– ed un altro
è delicato di stomaco.

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Perduto è il lupo, perduto
ritrovato e senza memoria –
che bocca grande senza una fiaba,
sazio e smarrito.

Per ciò di questa scaltra
primavera tu non hai contezza;
ti imponi sopra i massi
a puro caso
– il rilievo di chi giova
a primavere, canne d’organo e battaglie
per le alture, ognuno la sua parte.

Ti ho chiesto di tornare
prima di un nuovo uragano.

Saw you walking barefoot
taking a long look
at the new moon’s eyelid

later spread
sleep-fallen, naked in your dark hair
asleep but not oblivious
of the unslept unsleeping
elsewhere

Tonight I think
no poetry
will serve

Syntax of rendition:

verb pilots the plane
adverb modifies action

verb force-feeds noun
submerges the subject
noun is choking
verb disgraced goes on doing

now diagram the sentence

Adrienne Rich, 2007

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